RainbowRecensione: “Costi quel che costi” Charlie Cochet.

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Titolo: Costi quel che costi

Titolo originale: Hell & High Water

Serie: THIRDS Vol.1

Autore: Charlie Cochet

Traduttore: Chiara Seri

Casa editrice: Triskell Edizioni

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Quando la testimonianza del detective della Omicidi Dexter J. Daley manda il suo partner in prigione per omicidio, le conseguenze – e la frenesia dei media – non si fanno attendere. Ben presto si ritrova senza fidanzato, senza amici e, dopo uno spiacevole incontro in un parcheggio al termine del processo, quasi senza denti.

Dex teme di essere trasferito dal Corpo di Polizia Umana o, peggio, di essere buttato fuori. Invece, suo padre adottivo, un sergente dello squadrone di Difesa, Ricognizione e Intelligence umano e teriano, meglio noto come THIRDS, fa in modo che Dex venga reclutato come agente della Difesa.

Dex è determinato a rimettere in sesto la propria vita ed è ansioso di iniziare il nuovo lavoro. Ma il suo primo incontro con il capo squadra, Sloane Brodie, che risulta poi anche essere il suo nuovo partner teriano giaguaro, si rivela un disastro.

Quando la squadra è chiamata a indagare sull’omicidio di tre attivisti UmanTeriani, diventa ben presto chiaro che Dex dovrà lottare duramente sia per essere accettato dal suo partner e dalla sua squadra, che per riuscire a prendere il killer.

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Vi svelo un segreto. Io questo libro lo avevo già letto e adorato un po’ di tempo fa, in lingua originale. Così, quando c’è stata la possibilità di recensirlo l’ho voluto fare assolutamente io.

Perché mi è piaciuto? Per una serie di motivi.

Innanzi tutto per il modo di scrivere di Mrs Cochet. Fluido, che mantiene sempre alta la tensione sia sessuale che di qualsiasi altro tipo, che alterna momenti di rabbia, panico, noia, divertimento, fastidio, affetto. In pratica descrive a perfezione lo spettro di tutto ciò che proviamo nelle varie situazioni della vita sempre senza sembrare sopra le righe.

Mi è piaciuto anche – e parecchio – l’uso alternativo dei mutanti. Sono e siamo abituati a leggere di mutaforma che vivono la loro vita in branchi, alle prese con problemi di tutti i giorni e con integrazione o nulla per scelta propria o totale. Mutaforma che vivono la loro vita normalmente e che sono sconvolti dalla scoperta della loro anima gemella. Nel nostro caso nessun compagno predestinato in vista, nessun marchio da applicare a nessuno.

Si, ci sono i teriani, ma esistono a causa di una mutazione genetica causata dall’uomo. Io l’ho sempre detto che quel “Il napalm, lo senti? Non c’è niente al mondo che abbia questo odore. Mi piace l’odore del napalm al mattino. Una volta abbiamo bombardato una collina, per dodici ore, e finita l’azione siamo andati a vedere. Non c’era più neanche l’ombra di quegli sporchi bastardi. Ma quell’odore… sai quell’odore di benzina? Tutto intorno. Profumava come… come di vittoria.” [Apocalypse Now – RainbowNota] non avrebbe portato a nulla di buono.

Ho trovato, il rapporto uomo/teriano, come una metafora perfetta del mondo che ci circonda. C’è l’umano a cui non importa nulla se il tuo fulcro è animale e ti tratta come pari e anzi, non vede perché non debba trattarti come pari. C’è l’umano che si smazza per far capire ai più che la diversità è un bene, che è un arricchimento il non essere tutti uguali e che non si deve temere. C’è l’umano “non sono razzista ma…” che finché un teriano non gli incrocia la strada è tollerante, appena questi ha qualcosa che lui voleva, basta: teriano segnato sulla lista nera. C’è quello contro a prescindere. Tu sei diverso? Tu sei il male, senza se e senza ma.

Notate una qualsivoglia somiglianza con gli animi che ci circondano? Ho trovato straziante la rassegnazione all’odio di alcuni teriani, l’accettare lavori umili e sotto banco per cercare comunque di avere una vita e un futuro, a scapito di chi li vuole controllare, marchiare, eliminare.

Una frase che dice Carl, il fratellino teriano adottivo di Dex, che mi ha molto colpito perché ci fa vedere che l’accettazione non deve venire solo dall’esterno, ma deve iniziare soprattutto dall’interno. Fa capire come chi sia “diverso” non vuol dire che lo abbia scelto spontaneamente – e sì, in questo caso non parlo specificatamente di razza diversa, ma di orientamento sessuale diverso . Che non gli piace essere giudicato per una cosa che fa parte di sé. E in definitiva chi sceglierebbe, di sua spontanea volontà, di essere oggetto di discriminazioni più o meno gravi?

[…]«È come se fossi sempre a metà, anche se l’altra è sempre dentro di me. Qualunque forma io abbia, non riesco mai a mettere insieme le due metà. Non sarò mai intero, come te. Papà dice che la mia forma teriana è la mia anima e quindi sono completo come un umano, ma non mi sento così.»[…]

Mi è piaciuta la squadra Delta. Come diverse personalità si siano incastrate così alla perfezione per creare una famiglia unita e che si copre alle spalle a vicenda. Mi è piaciuto molto Sloane, la sua ruvidezza, scontrosità, quei segreti tutti da scoprire, quell’animo tenero e amorevole sepolto sotto strati e strati di rabbia, dolore, rimorso e rimpianto.

Ma soprattutto ho adorato Dex. Una faccia da schiaffi come poche, uno che non sta zitto nemmeno se gli incolli le labbra, con un malsano gusto per le canzoni anni ’80, che è sempre pronto a prenderti in giro e a fare una battuta. Dex, che ha anche un alto senso dell’onore e della giustizia. Che, anche se a malincuore e se sa che porterà a conseguenze disastrose, fa sempre la cosa giusta.

Il suo rapporto con il padre, il fratello, i Delta, Sloane, il suo vecchio e il nuovo lavoro sono un crescendo da scoprire. Credo che il gesto più abusato da me durante la lettura sia stato dallo scuotere la testa, seguito a ruota dal facepalm.

Lo consiglio? Sì. Ha una trama da scoprire e che apre scenari futuri. Sono ben descritti i personaggi, i dialoghi, le ambientazioni, gli armamentari, gli inseguimenti, le indagini e il cattivo.

Ora non resta che star qui, in trepidante attesa, ad aspettare i prossimi capitoli.

Voto? 5 arcobaleni.

5 arcobaleni

May the multicolor be with you

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RainbowRecensione in anteprima: “Prezioso” M.A. Church.

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Titolo: Prezioso

Titolo Originale: Priceless

Autore: M.A. Church

Serie: Gli Dei, Libro 1

Traduttore: Martina Volpe

Casa editrice: Dreamspinner press

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Quando Cupido prende di mira due mortali a Las Vegas, si accendono scintille: al tavolo dei dadi, Randy Jones, un uomo comune in vacanza aziendale, guarda negli occhi di Garrett e il tempo si ferma. Gettando al vento tutto quello in cui crede, Randy si lascia coinvolgere in una relazione sensuale di due notti con l’uomo, solo per entrare nel panico quando capisce di essersene innamorato.

Il cinico milionario Garrett Shiffler ha tutto quello che i soldi possono comprare, e molti degli uomini che frequenta non vedono oltre il suo denaro. La vita gli ha insegnato che l’innocenza e l’amore sono prodotti dell’immaginazione. Ma quando Randy scompare, portando con sé emozioni che lui pensava non avrebbe mai provato, Garrett intraprende la battaglia più importante della propria vita per vincere il suo amore. Ma questa volta combatte con il cuore, non con il conto in banca.

Nel frattempo, Cupido si chiede cosa sia successo. Le sue frecce d’oro non falliscono mai, a meno che siano le Moire a interferire. Se Garrett vuole riconquistare Randy, dovrà farlo da solo, perché le Moire hanno altri progetti per Cupido.

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Ho una predilezione per la mitologia greca. A dire il vero ho una predilezione per tutto ciò che è greco, ma gli dèi olimpici sono i miei preferiti. Quindi capirete che, appena ho letto in sinossi Cupido, ho pensato “MIO!”.

Però, forse perché è il primo, Cupido c’è poco. Ma bando alle ciance e veniamo a noi.

Garrett. È abituato ad avere tutto, quando vuole e dove vuole. È abituato alle persone che stanno con lui – o che vogliono stare con lui – per quello che ha e che può dare, più che per chi è in realtà. È abituato agli atteggi, alle moine, alle bugie, a ottenere quello che vuole per poi lasciarsi l’amante del momento alle spalle.

Sta giocando ai dadi con una nonchalance tale che sembra stia puntando centesimi e non migliaia di dollari, quando alza la testa e vede Randy. Vede i suoi occhi e ne rimane incantato. Talmente tanto affascinato che lo chiama a sé adducendo la scusa del “tu mi porti fortuna, mi devi stare vicino”. Senza dolcezza, senza giri di parole. Tanto a Randy basterà un attimo per capire che lui ha i soldi e sta al comando, no?

Randy, per sua stessa ammissione, è l’epitome della normalità. Ha un lavoro normale, vive in una casa normale, veste in modo normale, guida una macchina normale e ha fattezze assolutamente normali. Perché quel dio sceso in terra dovrebbe guardarlo? Perché lo sta chiamando a sé? Perché vuole proprio lui?

Cupido o attrazione istantanea?

Sia quel che sia, Randy non sa resistere e va da Garrett. Ma le cose non vanno come Garrett pensava. Sì, Randy è un tipo remissivo sia per carattere, che perché si sente sopraffatto dalla personalità e dalla noncuranza del denaro di Garrett (gli ha regalato una fiche da 1000 $, così, come se niente fosse). Ma non si fa comandare a bacchetta e soprattutto non si fa comprare. Non vuole i soldi di Garrett, non è interessato a quello chi gli può dare, vuole Garrett perché gli interessa come persona.

E Garrett ne è spiazzato. Non capisce come possa esistere ancora qualcuno così, qualcuno che è quello che sembra. Che se la sua espressione mostra stupore è perché è veramente stupito, che se rifiuta questo e quel regalo non fa il ritroso per convenienza, ma semplicemente non vuole né questo né quello! E soprattutto se Randy gli dice no vuol dire no!

Il libro è corto, ma perché sprecare pagine su pagine se l’attrazione e l’amore sono immediati, brucianti e destabilizzanti? Mi sono piaciute molto sia la reazione post due giorni no stop di Randy – che ha avuto una reazione tipo DPTS Disturbo Post Traumatico da Stress – che quella di Garrett. Sono state un esempio lampante sia della fiducia che hanno in loro stessi, che di come reagiscono alle sfide che la vita mette loro davanti. E non crediate che Randy si sia rintanato in casa piangendo… Sì, ok, lo ha fatto per una settimana intera però poi ha ripreso la sua vita, più o meno; però quando ne ha avuto la possibilità ha preso la palla al balzo e ha reagito colpo su colpo.

Non ci capite nulla? Ehh, non è che vi posso spiattellare proprio tutto. Lo dovete scoprire da voi!

In conclusione mi è piaciuto com’è scritto, mi sono piaciute le scene di sesso che sono da leggere soprattutto per coloro che credono che un preservativo smorzi la sessualità, mi è piaciuta l’interazione tra i due, mi è piaciuta la debacle di Randy perché faceva così Randy! E il finale è di una dolcezza unica.

Un’ultima cosa. Trovo che la traduzione del titolo sia perfetta, però a volte si capisce che a) gli inglesi hanno parole che hanno mille significati e b) che per quanto la traduzione sia impeccabile si perde sempre qualcosa. Perché priceless significa, tra l’altro, senza prezzo. E questa è la caratteristica che Garrett apprezza di più di Randy. Che non si può comprare, qualsiasi sia l’offerta.

Ah, mi è piaciuto molto che ci fosse anche Psiche e che, chiunque ne scriva, chiunque ne parli, descriva le Moire come tre stronze. E chi mi conosce sa quanto io odi le Parche!

Voto? 4 arcobaleni

4 arcobaleni

May the multicolor be with you

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RainbowRecensione in anteprima: “I Fenomeni” di Velia Rizzoli Benefenati

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DATA DI PUBBLICAZIONE 11 DICEMBRE 2015

Titolo: I Fenomeni

Autore: Velia Rizzoli Benfenati

Casa editrice: Triskell Edizioni

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«Federico Franzoni, detto Franz, è così: ricco da far schifo, più brillante di un diamante, simpatico praticamente a tutti e, manco a dirlo, di una bellezza irritante. Io lo odio.»

Siamo a Bologna nel settembre del 1994 e questo è il primo pensiero di Gionata Draghetti quando incontra, il primo giorno di allenamento, un suo compagno di scuola appena tornato dagli Stati Uniti.

Presto però questa opinione cambia, a dispetto di tutto.

Chissà Franz cosa ne pensa di lui…

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Questo libro è stata una piacevole sorpresa.

La storia è ambientata a Bologna, nel 1994, ultimo anno di liceo scientifico per Franz e quarta per Gionata, detto Drago, a causa di una bocciatura. Gionata è un outsider per una miriade di motivi: abita in una casa popolare di un quartiere popolare, da quando il suo ex migliore amico lo ha serenamente sputtanato con tutta la scuola viene chiamato John – come Elton John – quando gli va bene, e qualsiasi gradazione di inutile frocio possa esserci quando non va per niente bene. Ha un patrigno che lo ama, ma ha paura per lui per il suo essere omosessuale, e una madre agorafobica che non lo vede nemmeno, rinchiusa com’è nel suo mondo di paure. Unica gioia? La pallavolo. Vedere i campioni in TV, i fenomeni, o giocarla nella sua polisportiva.

Federico è la sua antitesi. Come dice Gionata descrivendo Franz&Co.:

[…] tra noi e loro ci separano meno di cinque chilometri, in essi ci sono tutte le estrazioni sociali che potete immaginare e qualche farmacia della sua famiglia.

Franz è rappresentate di istituto, ha un nutrito gruppo di amici e un intero fan club di liceali che gli sbavano addosso, ha una media altissima, è atletico, simpatico, sempre sorridente, con la battuta pronta, con un tatuaggio che cita Gramsci (ehi, siamo a Bologna negli anni ’90! Non per niente si diceva Bologna la rossa) ed è appena tornato in Italia dopo un anno a Boston.

Gionata lo odia e, detto tra noi, con un curricola simile starebbe sulle scatole pure a me. Come si incrociano le loro strade? Perché le rispettive polisportive di appartenenza si fondono in una sola ed entrambi vogliono entrare a far parte della squadra A, quella dei titolari.

Mai giudicare le persone dalle apparenze! Franz fin dal principio risulta un ragazzo alla mano, gentile, che vuole sempre parlare con Gionata, che lo soccorre quando un loro compagno di squadra lo azzoppa. È qui che inizia la loro amicizia. Franz sente che con Gionata può essere se stesso, può essere un Franz lunatico, un Franz serio, anche malmostoso. Non uno che deve sempre mostrarsi sorridente.

Cosa mi è piaciuto? Molte cose. Com’è scritto innanzi tutto, colloquiale, ma non esageratamente dialettale. Le atmosfere degli anni ’90 con occupazione a scuola, gruppi grunge, il pogo nelle discoteche rock, e soprattutto la pallavolo.

Tutto ruota attorno alla pallavolo. Al dimostrare di valere qualcosa, di riuscire in qualcosa anche se tutto il resto fa schifo; il guardare a bocca aperta i migliori giocatori che abbiamo mai avuto e per una volta essere la nazione invidiata. Il vedere dal vivo i tuoi idoli e sapere che se anche non arriverai mai al loro livello, ogni volta che vinci contro ogni pronostico e ogni volta che segni un punto che non sapevi di aver la forza di realizzare, sei anche tu un po’ un fenomeno.

Poi c’è l’ambiente, quella divisione a caste tipica di ogni liceo, quel colpire alla gola e continuare a farlo finché la preda non giace ai tuoi piedi sanguinante (metafora, ma fino a un certo punto), solo per far credere al mondo di essere il migliore. Quando uno delle case popolari e gay non può per nessun motivo girare attorno al più figo del Creato. Perché uno come Franz non potrà mai abbassarsi a essere amico di uno come John!

Ci sono le solitudini di ogni adolescente, sia quello bene che il popolano. Solitudini diverse, ma sempre solitudini.

C’è l’amore, inaspettato, incredibile, totalizzante. Quella forza che ti permette di stare a testa alta, quell’amore che non ti fa ragionare dalla gelosia; l’amore che riesce a superare le tue paranoie e le insicurezze.

C’è l’omofobia. La più becera, assurda, odiosa. Quella che non te ne capaciti. Soprattutto per i motivi che l’hanno scatenata. Questo libro per me è stato tutto questo. E ripeto, una piacevole sorpresa.

Voto? 4 arcobaleni e mezzo.

4,5 arcobaleni

May the multicolor be with you

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RainbowRecensione in contemporanea: “Se non fosse per te”di Mary Calmes.

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DATA DI PUBBLICAZIONE 8 DICEMBRE 2015

Titolo: Se non fosse per te

Serie: Questione di tempo #6

Autore: Mary Calmes

Traduzione: N.A.M.

Casa editrice: Dreamspinner Press

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Jory Harcourt sta finalmente vivendo la vita che ha sempre sognato, essere sposato con un vicesceriffo federale lo ha cambiato: ha calmato i tumulti del passato e trasformato Jory da un ragazzo che se la dava a gambe al primo segno di pericolo in un uomo che affronta le situazioni difficili. Lui e Sam hanno due bambini, una casa in periferia e un mitico minivan. I giorni disastrosi sono finiti, la vita domestica è tranquilla e pacifica.

Il che significa che è il momento giusto per un po’ di azione: l’ex fiamma di Sam si rifà inaspettatamente vivo, e un sicario cerca di ucciderli mentre sono a una riunione di famiglia. Forse entrambe le cose sono ricollegabili a un testimone scomparso un anno prima. La sua vita familiare viene scossa, ma Jory non permetterà a nessuno di allontanarlo dai suoi cari. Prima di sapere cosa volesse dire avere una famiglia sua, sarebbe fuggito, ma ora non più. Sa che lui e Sam dovranno risolvere le cose insieme, perché sarà l’unico modo in cui riusciranno a farcela.

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Sesto capitolo – quarto nel mio caso visto che i primi 4 libri li ho letti nelle due antologie – del premiato duo Jory&Sam.

La loro vita come coppia ormai non è più in discussione, hanno una casa in periferia, due figli adottivi che non potrebbero assomigliare caratterialmente di più a Sam e Jory nemmeno se fossero biologicamente loro e Sam non fa più il poliziotto sotto copertura. Niente potrebbe andare meglio. Sembra proprio la tipica famigliola del Mulino Bianco.

Peccato che stiamo parlando di Jory, che attira più guai restando tranquillo che non ficcandosi volontariamente nei casini. Diversi livelli di guai.

Il livello guai base – c’è un problema a scuola di Kola -; il livello guai non mi faccio mai i cavoli miei – sparatoria tra poliziotti in borghese e gangster -; il livello guai Sam mi devi delle spiegazioni sulla Colombia – quando si viene a sapere che il caro Sam ai tempi de “io non sono gay” ha avuto una relazione di 3 mesi con un dottore di nome Kevin in Colombia -; per finire con il livello guai DEFCON 5 – c’è un killer nella nostra stanza d’albergo che vuole fa fuori me e i bambini.

Quello che mi è piaciuto di più è stato il livello base. Mi è piaciuto molto Jory, come si è comportato. Soprattutto perché credo sia un esempio perfetto di come l’omosessualità venga usata più come scusa per sfogare le proprie frustrazioni verso un altro essere umano, che come causa scatenante vera e propria. Non ci avete capito un tubo? Dovete leggere il libro!

È un libro dove non si possono estrarre e analizzare dei comportamenti, perché tutto è collegato, tutto quello che capita porta a come agiscono e reagiscono Jory&Sam nelle varie situazioni.

Ritroviamo l’onnipresente Dane che ora è padre di due bimbi, c’è la moglie Aja, c’è la famiglia di Sam, la miglior amica e socia di Jory Dylan, il milionario che ci provava sempre Aaron, gli ex colleghi di Sam Pat&Chaz. Insomma il loro universo è diverso ma sempre uguale.

Mi è piaciuto il libro? Sì e no.

Questo capitolo a mio avviso è un po’ più sotto tono rispetto agli altri. Avrei preferito un approfondimento e più interazioni tra Kevin (l’ex doc e amante rispuntato fuori dal nulla) e Sam. Invece ho trovato questo libro molto, troppo, Jory-centrico. Sì, la storia fondamentalmente ruota attorno a Jory dall’inizio, ma Sam è stata una presenza più importante nei libri precedenti. In questo c’è stato poco e nelle sue apparizioni aveva più bisogno di rassicurazioni (o di sbattere Jory su qualsiasi superficie piana disponibile) che altro. Forse mi manca quella figura da maschione alfa strafottente e musone dei primi capitoli. D’altronde lo dice anche Sam che ora è un uomo appagato: sta con la persona che ama, ha una casa, due figli e un gatto schizzioide, che altro potrebbe volere di più dalla vita?

È l’ultimo capitolo? Assolutamente no! Devo sapere se Jory non ha perso il suo tocco da fatina delle coppie e soprattutto voglio vedere com’è un Aaron Sutter che finalmente non vuole entrare nei pantaloni di Jory!

Voto finale? 3.5 arcobaleni

3,5 arcobaleni

May the multicolor be with you

RainbowRecensione in anteprima: “Una raffinata trasgressione” di K.J. Charles.

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Titolo: Una raffinata trasgressione

Titolo Originale: A Fashionable Indulgence

Serie: Consorzio di gentiluomini #1

Autore: K. J. Charles

Traduttrice: Claudia Milani

Casa editrice: Triskell Edizioni.

 

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Quando apprende di essere l’erede di un’inaspettata fortuna, Harry Vane rinnega il suo passato radicale a favore delle riforme governative e decide di corteggiare la graziosa cugina. Il suo cuore viene però catturato dall’uomo più bello ed elegante che abbia mai incontrato: il dandy che ha il compito di istruirlo nelle buone maniere e nello stile che gli consentiranno di fare il suo ingresso in Società. Il nuovo ruolo che si trova a rivestire richiede conformità, ma Harry non desidera altro che assaggiare il paio di labbra sbagliate.

Dopo aver assistito in prima persona agli orrori di Waterloo, Julius Norreys ha cercato rifugio dietro la maschera raffinata dell’alta società. Ora si interessa unicamente del taglio della propria giacca e della qualità dei propri stivali. Tuttavia, il suo pupillo è talmente scevro dal suo cinismo che gli ispir.a la prima vera scintilla di desiderio da molti anni a quella parte. Julius non può proteggere Harry dalle peggiori intemperanze della società, ma insieme possono sopportare il prezzo della passione

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Questo libro è stata una sorpresa. Tra di noi del blog, tempo fa, addirittura molto prima che ci esistesse il blog, si aveva coniato un modo di dire per i libri che partivano bene, ma non finivano come volevamo – rubando tra l’altro l’espressione a Massimo Troisi. Questo modo di dire era: “pensavo fosse amore… E invece era un calesse”. Prima ancora di iniziare a leggere questo romanzo pensavo fosse un calesse. E invece è proprio amore!

Ci troviamo nell’epoca Regency. Siamo al dopo Lord Brummel, quando lui aveva già lasciato l’Inghilterra, ma i suoi dettami sono vivi, vegeti e assolutamente in voga. La sodomia è un reato, l’alta società passa il suo tempo tra balli, stagioni, club e passeggiate a Hyde Park.

Ma la vita non è tutta qui. Non siamo in un romanzo di Jane Austen – per quanto io la ami incondizionatamente. No, qui vediamo e viviamo l’altro lato del Regency: in Europa impazza Napoleone, c’è stata la mattanza di Waterloo, il divario tra nobiltà e classe lavoratrice non potrebbe essere più marcato.

È in questa società che nasce e cresce Harry. Suo padre faceva parte di una famiglia nobile inglese che ha abbandonato tutto – soldi, potere, agi – per una moglie di classe inferiore e con idee radicali. Oggi quelle idee radicali le definiremmo opinioni politiche, ma si sa, nel 1800 una donna non era tenuta ad avere idee di alcun genere, figuriamoci politiche.

Harry, suo malgrado, respira sentimenti anti-nobiliari tutto il giorno, è con i genitori quando fomentano le rivolte di strada, è con loro quando stampano volantini illegali che inneggiano alla rivoluzione, deve fuggire, a soli 12 anni, dall’Inghilterra perché su di lui pende un’accusa di omicidio a causa di una manifestazione finita male. La paura di finire frustato, arrestato, condannato è la compagna di tutti i giorni. A questa si aggiungono poi la fame e l’accattonaggio quando, a diciasette anni, si ritrova solo in terra straniera perché i genitori sono morti di colera. E se ne ritorna in patria, da Silas, compagno “radicale” dei genitori che continua la loro attività di sommossa. Per tutti hanno una piccola libreria che stampa e vende libri, ma in realtà, in cantina, creano, stampano e distribuiscono materiale sovversivo. Harry odia tutto questo. Lo odia tremendamente. Vorrebbe avere un tetto sopra la testa, degli abiti eleganti addosso e la pancia piena. Non ha mai voluto essere un fomentatore, non vuole vivere con la paura. Maledice ogni giorno la sua vita da radicale, fino a quando le sue preghiere vengono esaudite.

Un giorno, alla libreria, arriva Sir Richard, che dice a Harry di essere suo cugino e che il nonno, rimasto senza nessun parente prossimo in vita a parte una nipote, ma è donna – cosa se ne fa di una donna per portare avanti il nome dei Vane? -, lo reclama come erede.

Harry è al settimo cielo! Finalmente potrà avere quello che ha sempre desiderato. Viene presentato ai Riccardiani, la cerchia stretta di amici di Lord Richard. Amici che si guardano le spalle a vicenda, amici accomunati da una caratteristica. Sono loro – e nello specifico uno su tutti – che aiuteranno Harry a diventare un gentiluomo, svestendo i panni di lavoratore con i calli sulle mani per ricoprirsi di fini stoffe dai colori e dai ricami più disparati. Per diventare un dandy.

E Julius è l’epitome del dandy. Dove gli altri vestono colori monotoni e fantasie a dir poco tristi, lui osa. Osa nei colori, nelle fantasie dei panciotti. Oggi come oggi lo potremmo definire una fashion victim. A primo impatto sembra che a Julius non interessi nulla al di fuori della moda. Julius vive per le cavalcate mattutine, per trovare il giusto abbinamento nel vestire e per le serate al club coi Riccardiani.

Ma Julius non è minimamente ciò che sembra.

Anche se Harry è il protagonista di questa storia, io ho adorato Julius. Un uomo che ha chiuso il suo cuore a doppia mandata, che lo ha nascosto così in profondità che sembra che niente e nessuno possa toccarlo. È una persona che ha sofferto, che ha amato e da un giorno all’altro si è ritrovato solo e se ne incolpa. No, non sto parlando di un amante abbandonato. Julius ha perso la persona per lui più importante è da quel momento, anche inconsciamente, ha smesso di vivere e soprattutto di amare.

Per Julius, Harry è una ventata di aria fresca. È sempre felice, ha quella gioia di vivere che a lui manca da tanto tempo e ne è attratto come una falena col fuoco.

Mi è piaciuto molto l’evolversi della storia tra i due, perché abbiamo assistito alla caduta di tutti i muri eretti da Julius. Lui non baciava, odiava un simile contatto fisico, anche se omosessuale non aveva mai indugiato in chissà che piaceri della carne (Harry è stata la sua prima esperienza soddisfacente di rapporto sessuale completo, dopo l’unica infausta prova ai tempi di Eton senza nessun tipo di aiuto scivoloso). Harry gli farà capire e scoprire il significato di darsi a qualcuno, di tenere a qualcuno più che a te stesso e ad amarlo incondizionatamente.

Julius dal canto suo, non insegna solo a Harry come vestirsi: lo aiuta a venire a patti con le sue due nature. Da un lato il desiderio di una vita agiata e dall’altro non riesce a non inalberarsi davanti alle ingiustizie, soprattutto quando i nobili continuano a chiedere la testa di tutti quelli che rivendicano la possibilità di avere dei diritti. Julius lo calma, lo fa ragionare, ed è colui su cui Harry sa di potersi appoggiare. Finalmente nella sua vita ha qualcuno che pensa a lui e gli guarda le spalle.

Non è una storia di spie, insurrezionalisti e rivoluzionari. Non sono Le Miserables in chiave M/M, però non è nemmeno un tipico romanzo Regency. Qui non assistiamo a tediosi balli, alla presentazione in società, non vengono descritti nei minimi particolari gli abbigliamenti femminili. Il periodo storico e la società sono stati usati come espedienti per parlare delle differenze tra classi, di come l’alta società inglese fosse chiusa dietro a regole ferree e dietro alla paura di finire come i reali francesi. Ci fa vedere come l’impressione che gli altri hanno su di noi sia ben più importante di cosa noi siamo, sentiamo e vogliamo. Esempio lampante ne è il rapporto tra Harry e il nonno Gideon.

Mi è piaciuta molto anche l’unica figura femminile del romanzo, Verona. Una donna costretta a un certo tipo di vita e a subire le altrui scelte. Ma che non si dispera, non cede al volere degli altri senza lottare e soprattutto che rimane fedele a se stessa e alle persone amate. Mi è piaciuto molto il rapporto iniziale tra lei e Harry, quel suo trattarlo come spazzatura ma sempre con parole gentili e con il sorriso. Come si sia poi trasformata – una volta saputo che Harry non voleva sposarla, tanto quanto lei non voleva lui – in un’amica fidata e con idee ribelli. Ma questo forse è stata colpa di Harry e del libro “Il grido di battaglia” scritto dalla madre e che parlava di emancipazione femminile.

Vorrei soffermarmi infine sul gruppo, i Riccardiani.

Come potrete aver intuito, sono un gruppo di omosessuali, ognuno con i propri problemi di conflitto e accettazione che si coprono le spalle a vicenda e che, “quando non ci vedono più dalla fame”, si danno una mano tra di loro (doppio senso assolutamente voluto).

Quello che mi intriga di più è Lord Richard. Una persona seria, austera, a tratti moralista, che crede fermamente che sia abominevole il tradimento e che non si lascia andare mai, anche se si è capito che brama qualcuno; ma le catene della decenza, della classe sociale che lui stesso tiene così strette lo stanno soffocando.

Poi c’è Domin, che lavora agli Affari Interni. Rigido, ligio al dovere e che mette la giustizia prima di tutto. Quando Harry si troverà nei casini a causa del suo passato e delle sue frequentazioni, Dom dovrà fare una scelta. Soprattutto perché i problemi non coinvolgono solo Harry, ma anche la persona del mercoledì. Si, perché si intuisce che Dom sia tale solo di nome e che nei mercoledì ceda alla sua vera natura e che si immerga totalmente in quello che oggi chiameremo subspazio (i lividi che gli amici riscontrano in lui il giorno dopo ne sono la prova tangibile). La sorpresa è stata scoprire chi fosse il compagno di Dom del mercoledì!

Infine c’è la coppia Ash – cioè Lord Gabriel Ashleigh – e Francis. Per il mondo suo miglior amico, nella realtà il suo compagno da una vita. Ash è quello dal carattere più bonario, che cerca sempre di sollevare gli animi, schiacciato dalla figura del fratello maggiore ed erede al titolo, che è un bigotto patentato e pure fastidioso.

Perché li ho descritti? Perché questa è una serie! E io non vedo l’ora di leggere gli altri. Soprattutto quello di Lord Richard!

Lo promuovo? Assolutamente sì. Se volete leggere una storia d’amore tipica ma allo stesso tempo atipica, narrata nel mio periodo storico preferito, allora questo è il romanzo giusto.

Voto finale? 4 arcobaleni e mezzo.

4,5 arcobaleni

May the multicolor be with you

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RainbowRecensione in anterpima: “Stelle&Strisce” di Abigail Roux.

11257994_10208175544735198_3710852867297235630_oDATA DI PUBBLICAZIONE 23 NOVEMBRE

Titolo: Stelle e strisce

Titolo originale: Stars & Stripes

Autore: Abigail Roux

Serie: Armi & Bagagli Vol. 6

Traduttore: Caterina Bolognesi

Casa editrice: Triskell Edizione

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Gli Agenti Speciali Ty Grady e Zane Garrett sono riusciti a fare l’impossibile: vivere alcuni mesi in pace e tranquillità. Dopo quasi un anno di problemi personali e professionali, finalmente vivono insieme senza liti, al lavoro va tutto liscio e sono entrambi felici, in salute e tornano a casa tutte le sere prima che faccia buio. Ma chiunque li conosca sa che una situazione del genere non è destinata a durare.

Quando una telefonata urgente disturba il delicato equilibrio del loro mondo, Ty e Zane dovranno vedersela con un dramma familiare e un crimine sconcertante per salvare una vittima innocente prima che scada il tempo.

Dalle montagne del West Virginia a un remoto ranch del Texas che ospita ben più che bestiame e ricordi d’infanzia, Ty e Zane dovranno fronteggiare le loro paure, e le loro famiglie, per sconfiggere un inaspettato nemico e riportare la pace nelle loro vite.

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Mi risulta sempre difficile parlare dei libri di questa serie, non perché non mi piacciano, tutt’altro, ma perché – scremando il caso/avventura/disgrazia/avvenimento in cui sono coinvolti Ty&Zane – rimane una base di emozioni e sentimenti iniziati nel primo libro e portati avanti nei successivi. I tormenti notturni di Ty, la voglia di scappare che ogni tanto lo assale, la sua totale chiusura su un passato oscuro e sicuramente doloroso.

Per questo ho pensato che l’unico modo che avevo per farvi capire un po’ che succede, era far parlare la trama. Ah, nella mia testa questo libro si chiama “Ti presento i miei alla Ty&Zane”.

Sono mesi ormai che Zane vive con Ty e sono stati i mesi più belli della sua vita. Sì, va bene, ha qualche problemino a relazionarsi con Smith&Wesson che cercano in tutti i modi di mutilarlo/graffiarlo/morderlo, ma non cambierebbe la sua vita per niente al mondo. Anche se, potendo, un bel discorsetto con Julian…

Come mai questo stato di Nirvana raggiunto? Perché ama Ty, è ricambiato, va alle riunioni degli alcolisti anonimi e, per la prima volta in vita sua, si sente completo.

Come si può, con queste premesse, non amare Zane? O almeno, come si può non amare questo Zane?

Rispetto soprattutto ai primi due libri della serie, abbiamo a che fare con due persone quasi completamente diverse. Sì, Ty era/è/sarà sempre un pazzo scatenato e Zane avrà sempre dei momenti di cupezza e si chiuderà ancora in se stesso; ma sono comunque due persone diverse. Sono diverse perché hanno finalmente accettato di amare qualcun altro. Non c’è più quel terrore di base del “non devo dire una parola in più rispetto a quello che mi dice lui” o il “non mi devo mostrare troppo tenero o romantico perché potrebbe spaventarsi”. No, da quando si sono detti “ti amo” le cose sono cambiate. Sono più rilassati, più spontanei e si dicono più verità di quanto abbiano mai fatto in vita loro.

Questo vale soprattutto per Zane, che secondo me è il vero protagonista della storia.

Perché? Perché credo sia ancora troppo presto per esorcizzare i demoni di Ty. Mentre qui verranno esacerbati quelli di Z. E più che demoni al plurale io direi che è un singolare, femminile e di proporzioni bibliche. Ma andiamo con ordine, per quanto una storia di questi due possa esserlo.

Tutto inizia con una telefonata a Ty dalla madre, che sostanzialmente potremmo riassumere in:

«Non ci sarebbe neppure bisogno del tuo aiuto, di norma, ma stamattina ho tagliato un dito a tuo padre e dice che non può tenere in mano un martello.»

La testa di Ty si raddrizzò di colpo. «Hai fatto cosa?»

«Gli ho tagliato via il dito,» ripeté Mara, come se non comprendesse quanto la notizia fosse scioccante.

Gli altri colleghi di Ty si stavano avvicinando, cercando di seguire la conversazione. Ty rimase in silenzio per un attimo, la bocca spalancata. «Di… proposito?»

«Beh, no, è stato un incidente.»

«Certo, ovvio.» Ty sollevò lo sguardo sui suoi colleghi che lo stavano fissando tutti e quattro ridendo.

«Ma non è che non abbia altre quattro dita con cui lavorare. Ed era solo un pezzetto del mignolo, e l’hanno già riattaccato. Ha due mani, una delle due potrebbe benissimo tenere il martello, ma no, lui dice che non può farlo.»

Pezzettino di mignolo mozzato che porta i due a partire per il West Virginia e a subire l’outing più delirante della storia. No, è da leggere, soprattutto perché ho avuto il serio dubbio che a Zane scoppiasse una vena. Prima per terrore, poi per rabbia e infine per “Oh mio Dio! Faccio parte di questa famiglia! Mi hanno accettato!”. Meraviglioso.

L’approvazione del clan Grady solleva un grosso peso dalle spalle di Z, un peso che sentiva sempre più come un fastidio. Ama Ty e sente il bisogno fisico di dimostrarglielo in qualunque momento, con uno sguardo, una carezza, una stretta. Sapere che può essere se stesso, un Zane che nemmeno lui credeva esistesse, e sapere di avere una famiglia che lo accetta lo fa sentire una persona migliore. Qualcuno che non ha bisogno di droghe o alcool per dimenticare se stesso. Qualcuno che vuole vivere. Z è finalmente una persona, nemmeno con Becky aveva provato quel livello di pace e completezza.

Ma – e visto che stiamo parlando di loro il ma è sia d’obbligo che grande come una casa – i problemi veri arrivano con i Garrett. Sparano al padre di Z e lui deve tornare in Texas, nel ranch di famiglia, dove lo attendono vecchia e nuova ruggine. Il “caso” che li coinvolge è un affare di famiglia, e il demone di Z è la sua famiglia. O più precisamente è la madre.

Madre che giuro non so come Ty (sì, ha fatto carte false per raggiungere il suo compagno. Perché gli mancava, perché al telefono lo sentiva giù, perché non poteva essere da tutt’altra parte quando l’amore della sua vita aveva bisogno di lui) abbia fatto a non colpire la donna ripetutamente. Fossi stata io lì l’avrei presa a schiaffoni in più di un’occasione. Il vero mito della famiglia è Harrison, il padre. Lui e quei mega baffoni assurdi.

Sarà un libro senza ironia? Ma quando mai! Ci sono quei due, impossibile! E pensate, Ty troverà dei degni sostituti di Smith&Wesson – che a fine libro ritorneranno col legittimo padrone per la gioia di Z – solo che i sostituti sono un filo più grandi e un filo più cattivi.

Piaciuto? Certo che sì! Per molte ragioni. Per la scrittura, perché a me la Roux piace sempre, per i due protagonisti, per le loro spigolosità che si stanno smussando sempre più, per la loro totale complicità, per il loro amore sconfinato e totale, per le loro pazzie e per la dilagante ironia. Lo consiglio? Ma certo che sì! Solo… Se non avete letto i cinque romanzi precedenti e avete preso in mano questo libro posatelo subito e accattatevi i primi, perchè solo così potrete apprezzarli pienamente.

Potrei lasciarvi con una delle scene d’amore spiazzanti che troviamo in questo libro, o con Ty e i suoi gattoni, ma preferisco salutarvi e darvi l’arrivederci al prossimo volume con il rapporto fra Ty e altro tipo di animale a 4 zampe:

«Andiamo, Elmer. Vediamo di trovare una fabbrica di colla,» disse Ty al suo cavallo, che scosse la testa e sbuffò come per protestare. «Invece sì, e sai perché? Pollici opponibili, stronzo!»

«Quello è pazzo,» disse suo zio ad Harrison.

Zane sorrise.

Harrison annuì e guardarono tutti Ty che litigava col cavallo. «Sembra che per lui funzioni.»

«È lo stesso motivo per cui io sono qua sopra e tu indossi la sella,» disse Ty all’animale mentre ripartivano.

Voto finale? 5 arcobaleni.

5 arcobaleni

May the multicolor be with you

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RainbowRecensione: “Semper FI” di Keira Andrews.

DATA DI PUBBLICAZIONE 11 NOVEMBRE

Titolo: Semper Fi

Autore: Keira Andrews

Traduttore: Maria Sofia Buccaro

Casa editrice: Triskell

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Quando erano marines, Jim e Cal dipesero l’uno dall’altro per uscire vivi dalla carneficina e dalla disperazione nel Pacifico.

Sollevato di potersi lasciare alle spalle gli orrori della guerra, Jim è tornato al suo frutteto e alla vita tranquilla di padre di famiglia.

Consapevole che l’amico non avrebbe mai potuto ricambiare i suoi sentimenti proibiti, Cal spera che il tempo e l’oceano tra di loro attenui il desiderio che prova per lui.

Ma alla morte della moglie di Jim, Cal raggiunge l’amico per dargli una mano. Non sa nulla di mele né di bambini, ma vuole stargli vicino a tutti i costi, anche se la fiamma che lo tormenta si riaccende in lui.

Jim gli è grato per il sostegno che gli dà mentre lotta con i sentimenti repressi e i terribili ricordi della guerra.

Poi, quando inizia a vederlo con occhi diversi, il loro rapporto diventa intimo come mai avrebbero immaginato.

Riusciranno a costruirsi una vita insieme come una famiglia e a trovare la felicità in un mondo che li condanna?

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Credo che in me, tra le molte personalità, alberghi anche un uomo medio degli anni ’50. Adoro i film di guerra. Adoro le storie di guerra e soprattutto sulla seconda guerra mondiale. Ma questo credo dipenda più dalla mia anima da giustiziera che crede fermamente nel “non dimenticare per non commettere gli stessi errori”.

Tutto questo per dire? Per dire che mi è piaciuto molto questo romanzo. Mi è piaciuto il modo in cui è stata spiegata la storia. Un capitolo al presente e un capitolo al passato. Così da svelare i caratteri e i perché a poco a poco.

È diviso in tre parti che io chiamerei “scoperta”, “negazione” e “accettazione”.

I nostri protagonisti hanno personalità diverse, provengono da estrazioni sociali agli antipodi – Jim possiede un meleto ed è figlio di agricoltori, Cal è il figlio di un banchiere e, come lo chiameremo ora, figlio della upper east di NYC – e se non fosse che vivono a 3 ore l’uno dall’altro sembrerebbe che uno venga dalla Luna e l’altro da Marte. Ah, Jim è sposato e ha moglie e figlia di 2 anni a casa, mentre Cal, anche se non pubblicamente dichiarato –siamo sempre nel ’42, la sodomia è un reato e ci puoi crepare serenamente – è omosessuale e vive la sua sessualità con serenità. Se non ci fosse stata la chiamata alle armi – anche quella effettuata per motivi completamente diversi – molto probabilmente le loro strade non si sarebbero mai né unite né tantomeno intrecciate. Ma si sa, la guerra e la politica creano strane alleanze.

Jim e Cal si conoscono sul treno che porta al campo di addestramento di Parris Island per diventare dei Marines e andare a combattere i giappo, come li chiamano loro.

Ho detto che amo i film di guerra? Ecco, io amo anche i film contro la guerra. Lo so, tesi e antitesi tutto in un unico pacchetto. Uno dei miei must totali e inconfutabili è lui, Full Metal Jacket. Dove voglio andare a parare? A lui, al Sergente Hartman. Non siamo al suo livello, ma Cal è il palla di lardo della situazione. Tartassato, punito, vessato. Ma, a differenza di palla di lardo, Cal non sbrocca, anzi, diventa un buon Marine e soprattutto un tiratore scelto. Non si è trasformato in un palla di lardo ante litteram per una semplice ragione. Jim.

Jim che al reclutamento trema al pensiero di essere separato dal suo nuovo amico Cal. Jim che va a cercare Cal quando non lo vede durante il rancio e gli fa compagnia mentre pulisce le latrine col suo spazzolino, per poi scappare a cenare e fargli trovare un panino sotto il cuscino. Jim che dorme abbracciato a Cal durante le esercitazioni nella palude perché con una sola coperta fa freddo, mentre unendo le forze ci si scalda di più. Jim che una notte, non riuscendo a dormire senza Cal (si ma perché sentiva freddo, mica per altro), lo va a cercare rischiando una seria punizione e lo trova che sta scontando l’ennesima punizione inflittagli dal Sergente Tyrell. Jim che continua a dire a Cal quanto gli manchi Sophie, la figlioletta.

E Cal? Cal è inesorabilmente e totalmente innamorato di Jim. Ma non ha mai detto o fatto nulla per fargli capire i suoi sentimenti. Ha solo fatto quello che doveva. Ha cercato di proteggere in tutti i modi possibili l’amore della sua vita dalle brutture ,fisiche e psicologiche , che una guerra inevitabilmente comporta.

La storia non si svolge in Europa, siamo nel ’42, dopo Pearl Harbor, tutto si è sposato più a Est. In Oceania per quanto concerne i nostri. Un po’ di isole sparse nel nulla, Australia e poi il peggio, Okinawa.

All’inizio ho detto che i capitoli sono divisi tra ieri e oggi. Ma l’oggi, che anno è? È il ’48. La guerra è finita e loro sono rientrati a casa da 3 anni. Tre anni che hanno portato a dei cambiamenti. Soprattutto per Jim. Ha avuto un altro figlio, Adam, ma soprattutto la moglie è morta. È morta in un incidente automobilistico da sola, di notte. E Cal, che è stato lontano da Jim e dai sentimenti che provava per lui per tre lunghi anni, molla tutto e parte per Tivoli, NY, per andare ad aiutare l’amico in difficoltà. Si, perché anche l’aiutante, quello che era lì dai tempi in cui il padre di Jim era il proprietario del meleto, ha lasciato il lavoro dall’oggi al domani.

E Cal sa, lo sa fin nel profondo, che quando rivedrà Jim tutti i suoi sentimenti torneranno a galla con la potenza di un geyser, ma non può voltargli le spalle.

Man mano che procede la lettura abbiamo un crescendo di freddo, angoscia, dolore, insensatezza quando leggiamo i capitoli nel ’42 e un crescendo di desiderio, insicurezza, realizzazione, negazione, amore che ve lo lascio scoprire da sole.

L’ho trovato un libro bellissimo, romantico, non è un gay for you, è un “ma allora non era perché credevo di avere qualcosa che non andava, era proprio la persona sbagliata”. È straziante perché vediamo come i soldati, quelle persone che ci hanno dato la possibilità di vivere in questo mondo sacrificando la loro vita, non dovevano combattere solo contro un nemico, che la malnutrizione, il disagio psicologico e le malattie possono far più danni di un giappo qualsiasi. È straziante per il dolore di Cal nel vedere e non poter toccare il suo amore, è straziante per Jim che si accorge che non ha mai amato la moglie, non come ama i figli e assolutamente senza paragone rispetto all’amore che prova per Cal. Anche quando lo considerava solo come un amico. Non saranno tutte rose e fiori, ci saranno molte lacrime e sangue, sarà anche complicato il rapporto tra Cal e Sophie, che vi dirò a un certo punto l’avrei presa a male parole, però… Però l’amore e le famiglie sono così, dolcemente complicate parafrasando Mannoia – Ruggeri e a riprova della mia affermazione, concludo con una frase detta da Cal:

«Non ho bisogno della perfezione.» Strusciarono l’uno il naso contro l’altro. «Ho bisogno di te.»

Consiglio questo libro a chiunque. Veramente appassionante e anche ben scritto.

Voto finale? 5 arcobaleni

5 arcobaleni

May the multicolor be with you

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